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L’insolita personalità di uno dei più grandi zoologi italiani

Il genio e l’ironia di Carlo Emery

D’otto gambe provveduti,
hanno gli Acari tondetti
apparenza di ragnetti;
neonati, hanno sei piè.

È la Zecca ben vorace,
ma sa a lungo digiunare;
può taluna inoculare
la malaria dei bovin.

Ed il psòrico Sarcoptide
quale esperto minator,
scava sotto l’epidermide
cagionando gran prudor.

“Gli acari”

Nato a Napoli nel 1848 da genitori svizzeri, Carlo Emery, dopo aver conseguito una laurea in medicina e una in zoologia, nel 1875 entrò in forza nella neonata Stazione Zoologica fondata da Anton Dohrn. La sua lunghissima carriera di ricercatore e anatomista lo portò a studiare, dissezionare e descrivere i più svariati gruppi animali. Pubblicò importanti studi su pesci e sui rettili, in particolare sulle ghiandole velenifere dei serpenti; ma gli studi che lo resero celebre riguardarono soprattutto gli insetti, tra cui i coleotteri, che impegnarono i primi anni della sua carriera, e poi le formiche, che furono il suo più importante campo di ricerca: nel corso della sua vita ne descrisse 130 generi e più di mille specie. I suoi studi erano affiancati da pregevoli illustrazioni di sua stessa creazione.
Il talento di Emery non emerse soltanto dalla sua carriera di ricercatore, ma anche nella sua attività accademica: insegnò zoologia, anatomia comparata e fisiologia a Palermo, Cagliari e infine a Bologna, dove rimase fino alla pensione. Fu un professore disponibile e competente, ma si dimostrò anche particolarmente ironico per canzonare gli studenti che preparavano gli esami ripetendo “a pappagallo” le sue dispense, creò un libretto di poesie, firmato con lo pseudonimo di “Cocò il pappagallo”. L’opera, basandosi sull’ironica poesia “ingarricchiana”, raccontava i contenuti dell’esame di zoologia in versi ottonari.

A 58 anni Emery fu colpito da una serie di ictus. In seguito a questi eventi, rimase con tutta la parte destra del corpo paralizzata. Ciononostante, il professore non si diede per vinto e imparò a scrivere e disegnare con la mano sinistra. Costretto dalle sue condizioni di salute a restare a casa, Emery dedicò gli ultimi anni della sua vita alle ricerche sulle formiche, che si potevano agevolmente studiare lontano dai laboratori.

 

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